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Accessibilità e linguaggio: la responsabilità di chi comunica

  • Immagine del redattore: Heimat Studio
    Heimat Studio
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Le parole non sono neutre.

Non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a costruirla. Per questo, chi comunica ha una responsabilità che va oltre il contenuto del messaggio: riguarda anche il modo in cui viene espresso e le persone a cui è rivolto.

Negli spazi della Fondazione Time2 abbiamo partecipato alla Comunità di pratica Parità di genere e Comunicazione, dedicata ai temi dell’accessibilità e dell’ intersezionalità. Un percorso realizzato da Torino Social Impact, insieme a Time2 e Forward, che ha alternato momenti di confronto a un laboratorio pratico.

A guidare l’incontro è stata Monica Cerutti, esperta di politiche di inclusione sociale e questioni di genere, che ha accompagnato il gruppo in una riflessione concreta sul ruolo del linguaggio nei processi comunicativi.


pedine del gioco con parole

Accessibilità: non solo una questione tecnica

Quando si parla di accessibilità, si pensa spesso a soluzioni tecniche: testi più leggibili, sottotitoli, semplificazione del linguaggio. Elementi fondamentali, ma non sufficienti.

L’ accessibilità riguarda anche la capacità di interrogarsi su chi viene rappresentato nei contenuti e su chi, invece, resta escluso. Ogni messaggio, infatti, non raggiunge tutte le persone allo stesso modo.


Intersezionalità e rappresentazione

Le esperienze delle persone non sono mai univoche: sono il risultato dell’intreccio di diversi fattori, come genere, origine, condizioni sociali e possibilità di accesso.

Ignorare questa complessità porta a costruire narrazioni semplificate, che rischiano di essere parziali o distorte. È il caso, ad esempio, di alcune rappresentazioni che trasformano le persone in “storie di ispirazione”, perdendo di vista la loro realtà.


Linguaggio e responsabilità

Comunicare significa fare delle scelte.Scegliere le parole, il tono, le immagini. Ma anche scegliere, consapevolmente o meno, chi includere e chi escludere.

Per questo, più che parlare di “linguaggio inclusivo”, può essere utile parlare di linguaggio ampio: un linguaggio capace di aprirsi alla pluralità delle esperienze, senza semplificarle o ridurle.


Un lavoro continuo

Costruire una comunicazione più consapevole non è un obiettivo che si raggiunge una volta per tutte. È un processo che richiede ascolto, confronto e disponibilità a mettere in discussione il proprio punto di vista.

Un lavoro che riguarda chiunque comunichi: organizzazioni, professionisti, istituzioni.

Perché ogni messaggio contribuisce a definire gli spazi in cui le persone possono riconoscersi — oppure sentirsi escluse.

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