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Dai numeri alle persone: quando il Data Storytelling diventa uno strumento di progettazione sociale

  • Immagine del redattore: Heimat Torino
    Heimat Torino
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Questo articolo nasce dalle riflessioni maturate durante il workshop "Impact Storytelling: dati e storie per raccontare l'economia sociale", organizzato da DO Impact Italy e Forestae il 22 luglio 2026.


C'è una scena che chi lavora nel Terzo Settore o all'interno di interventi finanziati conosce fin troppo bene. Si arriva a fine progetto tra scadenze che si accumulano, cartelle intasate di fogli Excel e la solita, faticosa ricerca dell'ultimo dato mancante.

Quante persone abbiamo raggiunto? Quante ore di laboratorio abbiamo realizzato? Quanti volontari hanno partecipato?

Raccogliere questi numeri è fondamentale per monitorare il lavoro svolto, rendicontare ai finanziatori e valutare se gli obiettivi sono stati raggiunti. Poi arriva il momento di inviare il report: lo spediamo, tiriamo un sospiro di sollievo e passiamo subito al progetto successivo.

Raramente, però, ci fermiamo a farci una domanda: quante di quelle informazioni resteranno davvero nella mente di chi leggerà quel documento?

Il problema, spesso, non sono i dati in sé.

È il modo in cui scegliamo di raccontarli.

Un numero isolato informa, certo. Una storia, invece, aiuta a comprendere. È proprio qui che il Data Storytelling smette di essere una semplice tecnica di comunicazione e diventa uno strumento ben più interessante.


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Quando i numeri iniziano a farsi capire

Quando si parla di Data Storytelling il pensiero va subito a grafici complessi, dashboard o infografiche colorate. Per quanto utili, non sono questi elementi il vero valore del processo. Il punto centrale è riuscire a trasformare un dato in qualcosa che le persone possano cogliere davvero.

Prendiamo un esempio pratico. Scrivere "Quest'anno abbiamo coinvolto 10.000 persone nelle nostre attività" è corretto, ma resta un'informazione astratta. Se diciamo invece "Abbiamo raggiunto 10.000 persone: è come se avessimo riempito cento sale da cento posti", quel dato prende subito forma.

La cifra non cambia, ma si offre a chi legge un riferimento concreto per immaginarla. Il vero scopo del Data Storytelling non è aggiungere emozione artificiale ai numeri, ma renderli finalmente comprensibili.


Misuriamo tanto. Ma raccontiamo davvero il cambiamento?

Chi lavora nella progettazione sociale convive quotidianamente con indicatori, monitoraggi, output, outcome e questionari. Sono strumenti indispensabili: senza dati non c'è valutazione e senza valutazione diventa difficile migliorare, imparare e dimostrare l'impatto reale di un intervento sul territorio.

Il rischio nasce quando la raccolta dati diventa il fine ultimo anziché il mezzo.

Dietro ogni indicatore non c'è solo una cifra incolonnata su un foglio di calcolo, ma una scelta progettuale, una relazione umana costruita e un piccolo o grande cambiamento avvenuto nella vita di qualcuno.

Siamo diventati molto bravi a misurare il cambiamento e un po' meno bravi a renderlo comprensibile.

Ed è proprio questo che dovremmo imparare a raccontare.


E se il Data Storytelling iniziasse prima?

La narrazione viene spesso considerata l'ultima fase del percorso: prima si svolgono le attività, poi si raccolgono i dati e infine si cerca un modo efficace per raccontarli.

Ma cosa succederebbe se provassimo a fare il contrario?

Se già durante la fase di coprogettazione ci chiedessimo:

"Quale storia di cambiamento vogliamo essere in grado di raccontare tra un anno?"

Questa domanda cambia il modo stesso di progettare. Ci costringe a decidere fin da subito quali trasformazioni vogliamo osservare, quali evidenze raccogliere e quali dati saranno davvero utili per dimostrare il valore del progetto.

In questo modo il Data Storytelling smette di essere un resoconto a consuntivo e diventa un vero strumento di progettazione.

Non si raccolgono più numeri soltanto perché lo impone un bando, ma perché aiuteranno a comprendere e condividere il valore del percorso costruito insieme alla comunità.

Ogni giorno si raaccontano percorsi di vita, fragilità, educazione, ed è molto importante tenere a mente che ogni scelta comunicativa ha un peso.

Le parole che usiamo, le immagini che scegliamo e i dati che decidiamo di evidenziare contribuiscono a definire la percezione pubblica di un tema.

Raccontare una persona attraverso un dato significa anche scegliere cosa mostrare e cosa lasciare sullo sfondo. Ed è una responsabilità.

Usare un linguaggio semplice ci consente di rendere la realtà più accessibile.

Quando il nostro impatto non viene compreso, vale sempre la pena chiederci se avremmo potuto raccontarlo meglio.


Costruire fiducia, non soltanto report

Oggi si parla molto di accountability, trasparenza e valutazione d'impatto.

Temi fondamentali, che rischiano però di rimanere confinati in relazioni per addetti ai lavori se non sappiamo trasformarli in conoscenza condivisa.

Il Data Storytelling può diventare il ponte capace di unire i dati alle persone, la valutazione alla partecipazione e la rendicontazione alla fiducia.

Spiegare un impatto in modo chiaro permette a cittadini e cittadine, istituzioni, partner, stakeholder e sostenitori di capire non solo cosa è stato fatto, ma soprattutto perché quel lavoro continua ad avere valore per il territorio.

Il Data Storytelling non serve semplicemente a raccontare meglio un progetto.

Serve a progettarlo meglio.

Se iniziamo a pensare fin dall'inizio a quale cambiamento vogliamo essere in grado di osservare e raccontare, allora anche i dati che raccoglieremo assumeranno un significato diverso.

Smetteranno di essere l'ennesima tabella compilata in fretta a fine progetto e diventeranno la traccia concreta del cambiamento costruito insieme a una comunità.



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